Un saluto a Eugenio Bersellini

Eugenio Bersellini bisLa sua Fiorentina aveva appena perduto Giovanni Galli, Daniele Massaro e Daniel Passarella e aveva acquisito Alberto Di Chiara dal Lecce, Marco Landucci - al termine del prestito al Parma, Roberto Galbiati di ritorno dalla Lazio e Ramon Angel Diaz proveniente dall’Avellino. Nella stagione i viola avrebbero affrontato nuovamente la Coppa U.E.F.A. a due anni dalla sberla di Bruxelless: Il sorteggio aveva regalato ai viola una bella gita a Oporto per misurarsi contro il Boavista.

Al comando del Club sedeva Pier Cesare Baretti: fu proprio lui a scegliere Eugenio Bersellini, all’epoca cinquantenne, per proseguire sulla falsariga dei buoni risultati ottenuti l’anno precedente. Eugenio proveniva dalla Sampdoria con la quale aveva vinto una Coppa Italia l’anno precedente; il suo curriculum si fregiava anche di un tricolore con l’Internazionale nel 1980 e la fama di “sergente di ferro” - come si usava dire un tempo. A quella curiosa espressione associo sempre il Sergente Maggiore Hartman di Full Metal Jacket: un tipo odioso, volgare, arrogante e razzista. Ecco: Eugenio era l’esatto opposto.
Originario della Val di Taro, incarnava perfettamente il football italiano di provincia tanto bistrattato dai grandi critici del calcio che usano espressioni criptiche per sciorinare competenza: quelli che “attaccano gli spazi” insomma. Per noi che abbiamo amato Emiliano Mondonico, il suo calcio semplice ma realista ed efficace e la sua merenda a base di pane e salame sotto gli spalti del Franchi, Eugenio era perfetto: parole semplici, una bella famiglia che lo ha seguito per tutta la sua carriera e quel suo nasone da cercatore di funghi che faceva la fortuna dei caricaturisti.

 Bersellini a Firenze

 Eugenio Bersellini con Pier Cesare Baretti nel giorno del suo arrivo a Firenze


Baretti e Bersellini si trovarono subito in sintonia ed era ampiamente prevedibile: chiarezza, trasparenza e lealtà li trovarono sullo stesso binario. Eugenio arrivò ad affermare che per lui, prima della parte tecnica, era importante il modo di lavorare e il rapporto con le persone. Per questo aveva accettato subito la Fiorentina parlando con Baretti. Questo era l’Uomo Eugenio. Potrei anche chiudere qui. Oppure potrei proseguire pensando, di converso, alle bizze di qualche tecnico che per amore della propria carriera e simulando che invece lo faccia per i tifosi, chiede al proprio datore di lavoro costosi giocatori a uso della propria gloria.
Mi corre l’obbligo di parlare anche della parte tecnica: del resto quando la Fiorentina perde non parlo per due giorni. Beh, in quell’annata stetti parecchio tempo muto: l’immediata eliminazione in Coppa U.E.F.A. dopo i calci di rigore (sbagliarono Diaz, Maldera ed Onorati), l’altrettanto immediata eliminazione dalla Coppa Nazionale (in un girone con Casertana, Arezzo, Pescara, Empoli e Como) e le sconfitte in campionato di Empoli, quelle in casa contro Udinese e Como, oltre alle consuete per statuto contro Inter, Milan, e Juventus, relegarono i viola ad un anonimo decimo posto finale. Dobbiamo essere onesti: non fu un’annata memorabile dal punto di vista dei risultati. Eppure abbiamo tutti piacevoli ricordi di quell’annata: Roberto Baggio, dopo l’esordio in serie A alla seconda giornata contro la Sampdoria e dopo un successivo periodo di forzato riposo, si infortunò nuovamente al ginocchio già operato nell’amichevole contro il Sion. Quella però fu l’annata del suo debutto nel calcio che conta dopo tanti mesi di sofferenza. Giancarlo Antognoni, dopo l’ostracismo di Agroppi, tornò a calcare i campi di gioco con la maglia viola e rappresentò, già soltanto con la sua presenza, un esempio per tutti. Paolo Monelli, autore di una memorabile rete da quasi 60 metri alla squadra che avrebbe poi vinto lo scudetto. E poi Salvatore “Ciccio” Esposito allenatore della Primavera, Sergio Cervato allenatore della formazione Beretti, Claudio Piccinetti allenatore degli Allievi (Campioni d’Italia l’anno precedente) e Pietro Biagioli allenatore dei Giovanissimi. Responsabile di tutto il settore tecnico giovanile: Egisto Pandolfini. C’era del viola nell’aria.

Rosa completa Foto Sabe

La rosa della Fiorentina per l'annata 1986/87 

 


Quando Eugenio lasciò la Fiorentina a fine stagione dalla sua bocca uscirono parole di recriminazione soltanto per la sfortuna che non lo aveva abbandonato per tutta la stagione vista l’infinita sequela di infortuni che aveva a turno colpito tutti a suoi giocatori. Il suo rammarico era quello di non aver appagato le esigenze dei tifosi. “Tornando indietro accetterebbe ancora la Fiorentina?” “Certamente” - rispose Eugenio.
L’ultima volta che lo vidi fu durante l’inaugurazione della mostra “Firenze culla del calcio” a Palazzo Rosselli del Turco. Era il 2011. Parlò lungamente con Alberto Di Chiara rievocando la sua esperienza viola. Fu schietto come sempre. Come il vino nei fiaschi sulle tavole delle cene dei Viola Clubs alle quali i giocatori dei suoi tempi andavano volentieri anche se none era scritto sul contratto o non era stato concordato con il procuratore.
Volevamo bene ad Eugenio che lascia la moglie Maria Pia e due figlie, Barbara e Lia alle quali va il nostro sincero abbraccio per la perdita del marito, del babbo e dell’Uomo di un calcio che non c’è più.

Autore

Massimo Cecchi

19 settembre 2017

 

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